
" È il percorso che, negli anni 1943 - 1944, quando l'Abruzzo
divenne linea di confine, angolo di speranza e via di fuga, intrapresero migliaia
di ex prigionieri e perseguitati politici, attraversando il massiccio della
Majella per raggiungere
l'esercito
alleato di liberazione;
" È la metafora del cammino dell'uomo per la liberazione da
ogni forma di schiavitù del presente e per la realizzazione di un mondo senza
guerre, fondato sui valori della giustizia, della libertà, della pace;
" È un'esperienza di vita in cammino per ricordare e rivivere
una storia di terrore e di coraggio, di barbarie e di solidarietà.
Nei tempi più bui della II guerra mondiale, quando
l'Italia fascista, da velleitaria conquistatrice dell'Africa e della Russia
si trovò spezzata in due dalla linea Gustav, un sentiero clandestino, fra
faggete, forre e valloni sassosi, congiungeva idealmente Sulmona e Casoli.
Un sentiero che conosceva il carico di angosce dei viandanti ma anche le loro
speranze.
Era il sentiero della libertà.
Si percorreva esclusivamente in un solo senso. Da nord-ovest a sud-est. Dalle
contrade oppresse dalla tirannia nazifascista alle terre liberate, dove alitava
il primo soffio di democrazia. La percorrevano soprattutto giovani renitenti
alla leva fascista desiderosi di combattere con le forze di liberazione alleate,
monarchiche, partigiane della Brigata Majella. Prigionieri di guerra fuggiaschi
dai campi di concentramento di tutt'Italia e da quello, il n° 78, di Fonte
D'Amore a Sulmona: 80000 sbandati, che sopravvissero grazie alla complicità
della popolazione che, come è stato scritto, con loro "divise il pane che
non c'era".
"Libertà sulla Majella" si intitola, nell'edizione della Vallecchi, il famoso
libro, ormai introvabile, dello scrittore sudafricano, amico di Ignazio Silone,
Uys Krige: "The way out", la via di fuga.
Fuggivano da soli, come racconta in "Fuga da Sulmona" Donald I. Jones; più
spesso in gruppo, come testimonia John Esmond Fox in "Spaghetti e filo spinato".
A Sulmona si era costituita un'organizzazione clandestina che, quasi settimanalmente,
con guide locali traghettava i disperati verso la speranza. Non sempre le
"traversate", come venivano chiamate, avevano fortuna.
Capitava, non infrequentemente, che si finisse intercettati dalle ronde tedesche
che pattugliavano i passi e le creste.
Ormai è risaputo, che il Presidente Ciampi il 24 marzo del '44, con la guida
Alberto Pietrorazio e una sessantina di ardimentosi italiani e stranieri,
come testimonia lo stesso Presidente nel suo diario donato al liceo scientifico
di Sulmona, con una marcia notturna di 25 ore, nella neve e nella tormenta,
raggiungeva Taranta Peligna e, quindi, Casoli. Sappiamo che, per un puro caso,
Ciampi non partì con la spedizione della settimana precedente, guidata da
Domenico Silvestri. Sarebbe finito nelle mani dei tedeschi. La fortunata spedizione
che, comunque, ebbe una decina di dispersi, e che vide Ciampi inquisito dagli
alleati perché sospettato ingiustamente di collaborazionismo con i tedeschi,
permise, all'allora sottotenente, di ricongiungersi, a Bari, al suo ricostituito
reparto, il IX Autieri. E portare a compimento la missione affidatagli dal
suo Maestro, il filosofo Guido Calogero, condannato al confino a Scanno: consegnare
alla casa editrice Laterza il proprio manoscritto sul liberalsocialismo. L'allievo
Ciampi lo aveva portato nascosto nei calzettoni, come un prezioso contributo
al dibattito politico della rinascente democrazia.